Dicembre 7th, 2014

DIARIO TREVIGIANO

A cura di Franco Piol

 

 

 

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Emanuele Serafin

con l’Officina va in Università

 

Emanuele Serafin “professore” all’università. L’allenatore di Silca Ultralite Vittorio Veneto ha effettuato un tour tra Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. Sabato 29 novembre il montebellunese è stato docente di pesistica a Schio (VI) nell’ambito del progetto Junior Team della Fidal Veneto. Domenica 30 novembre è stato relatore al corso di aggiornamento sul tema “giavellotto” dei tecnici Fidal dell’Emilia Romagna a Modena (http://www.fidalemiliaromagna.it/files/Locandina_GIAVELLOTTO_30_nov14.pdf).

Giovedì 5 dicembre Serafin è stato infine relatore con Officina Atletica, come tecnico Fidal e Fipe, alla facoltà di scienze motorie all’Università La Cattolica (Officina Atletica: Officina va in Università). Si tratta dell’ennesima conferma dell’alto livello tecnico del team degli allenatori di Silca Ultralite Vittorio Veneto e altletica Silca Conegliano.

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Officina va in Università

4 dicembre 2013, OFFICINA ATLETICA è stata ospite del Corso di Laurea in Scienze Motorie e dello Sport della Cattolica di Milano.

 

Il “nostro” Emanuele SERAFIN,  Tecnico Veneto di Atletica Leggera e Tecnico di sollevamento pesi, con la collaborazione di MAURO FRARESSO (giavellottista da oltre 73 metri quest’anno) hanno tenuto una bellissima lezione di Pesistica agli studenti di Scienze Motorie.

 

Grande la platea con oltre 120 studenti, ma anche molto entusiasmo e partecipazione, hanno fatto da “traino” a una lezione sulle sollevate Olimpiche, “spiegate” con la solita passione da Emanuele e “dimostrate”, nella fase delle esercitazioni didattiche, da un bravissimo Mauro.

 

 

 

Partito dalle spiegazioni sulla Tecnica, Emanuele è poi passato alla  fase didattica,  per finire con il lavoro “sul campo” che ha coinvolto un buon numero di studenti che hanno voluto provare in prima persona l’esperienza delle “sollevate Olimpiche”.

 

Per chiudere la mattinata, bella esibizione di Mauro Fraresso che ha “simulato” una gara cimentandosi con carichi davvero “importanti”, strappando  l’applauso convinto dei presenti…. non è facile vedere in un ambiente universitario Strappi e Slanci “over 100″.

 

Un grazie particolare a Emanuele e Mauro, senza dimenticare che questo binomio “Università-Officina Atletica” è stato possibile anche grazie alla volontà dell’Università Cattolica e del Prof. Claudio Botton.

 

 

 

Oggi  è nato anche qualcosa di nuovo che, ne sono sicuro, farà da apri-pista per sviluppare insieme  altri importanti eventi legati alla formazione.

 

Per finire, un invito a visitare la  Pagina Facebook di scienza&sport rivista che oggi ha aperto un “importante contatto” con Officina, finalizzato alla realizzazione di  future collaborazioni in ambito formativo.

 

Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo evento, e …arrivederci alla prossima.

 

 

 

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DA “QUEEN ATLETICA”

Davvero l’unico modo per fare “Atletica ad alto livello” sono i Gruppi Sportivi Militari, ovvero tramite un Ente Statale che garantisca uno stipendio e una prospettiva di vita futura?

Analizziamo la questione nel suo insieme.

La prima cosa da chiedersi è: ma cos’è mai l’atletica di alto livello, tanto da doverne prevedere l’esistenza e la sussistenza di Stato?

Altrimenti detto: tutti coloro che fanno parte dei Gruppi Sportivi militari possono dirsi “atleti d’alto livello” tanto da doverne giustificare la presenza? O semplicemente l’accezione “alto livello” è una deduzione logica… valida solo dentro i confini di Stato?

Ebbene, siamo tutti consapevoli del fatto che dei più o meno 300 atleti dei gruppi sportivi militari dediti all’atletica in Italia, solo un ristretto numero di atleti sarebbero “spendibili” a livello internazionale con sufficienti ritorni prestativi. Su diversi giovani si potrebbe scommettere sulla loro possibile “esplosione”, mentre per un buon numero di loro, possiamo dire che pur primeggiando in Italia, non hanno profili internazionali. Infine ve ne sono alcuni che ottengono prestazioni mediamente elevate, ma parificabili ai propri colleghi “civili”.

La domanda retorica che si potrebbe avanzare è: va bene chi indossa la maglia della nazionale, e per i talenti in divenire, ma ha ancora senso parlare di “atletica di vertice” quando la massima ambizione potrebbero essere i Campionati Italiani?

Il senso dell’atleta “statale” (espandendo la cosa a tutti gli sport, non solo all’atletica), è poi più “lato”, ovvero nell’accezione del legislatore, dovrebbe poter portare un messaggio all’esterno, a chi guarda, che lo Stato c’è, che lo Stato forma atleti. L’esempio insomma, con un taglio educativo e quindi emulativo. Vien però a questo punto da domandarsi se molti degli atleti “statali” riescano a trasmettere questo messaggio, non fosse altro che l’atletica nazionale non ha alcun ritorno mediatico (… e attualmente solo nell’accezione negativa). Di conseguenza è logico che un messaggio che dovrebbe essere educativo ma che in realtà non ha interlocutori, è un non-messaggio, ed essendo risorse dello Stato, uno spreco.

Ora, il problema degli atleti “statali”, in un periodo di profonda crisi sistemica e sociale, mostra dall’altra parte della medaglia un’esigenza “sportiva”, ovvero quella di garantire comunque un numero sufficiente di atleti che rappresentino il nostro Paese a livello internazionale, e che quindi, con lo Sport, abbiano un portato davvero educativo e formativo. I benefici sociali dello sport diffuso sono molteplici, e non starò certo qui ad elencarli: allo Stato serve che la gente faccia lo sport, perchè fa parte di quei mille meccanismi che dovrebbero aiutare (soprattutto i più giovani) a rispettare le norme che ci regolano (oltre che, naturalmente, a conservarci in salute).

Come già scritto da altre parti, il primo vero problema sul piatto di un atleta “di punta” è la prospettiva generale di vita, considerato che “la scelta” determinerà buona parte della propria esistenza. Con i gruppi sportivi, si ha un sereno futuro disegnato nel dopo-carriera. Senza, sarebbe vivere da cicale fino a 30/35 anni, e poi dover inventarsi qualcosa in un mondo del lavoro sempre meno permeabile, e sempre più alla ricerca di super-professionalità (e a tempo determinato). Quante possibilità ci sono che una persona che abbia fatto solo l’atleta fino a 30/35 anni possa buttarsi nel mondo del lavoro trovando impieghi remunerativi? Di fatto, senza una specifica capacità scolarizzata, si troverebbe a dover cercare nei lavori meno specializzati, quindi meno pagati. I Gruppi Sportivi, se non altro, danno all’atleta “di professione” una prospettiva post-sportiva non certo ricca, ma sicuramente dignitosa.

Altrimenti bisognerebbe fare come in Francia, così come ha scritto la Gazzetta di ieri in questo articolo. E’ una possibilità, un suggerimento per uscire dallo stallo e consentire che vi siano degli atleti che, in assenza di professionismo (come la maggior parte degli sport “minori”), possa dedicarsi allo sport serenamente, sapendo che un domani avrà un posto di lavoro garantito.

Il Comitato Olimpico Francese ha infatti deciso di mettere i propri miglior atleti all’asta nel mondo del lavoro. Cioè, piuttosto che costringere lo Stato (sempre più in crisi) farsi carico degli atleti anche nel post-carriera, saranno i privati che decideranno se assumerli a seconda delle loro caratteristiche.

Lo Stato si fa da tramite, nel senso che saranno previste delle agevolazioni fiscali a chi assumerà questa “forza lavoro”, e, di contro, alla “forza lavoro atletica” dovranno essere garantiti tutti i tempi necessari per poter gareggiare e allenarsi. Naturalmente la cosa dovrebbe avere “granu salis”, nel senso che le capacità-esigenze dell’atleta dovranno collimare con l’attività lavorativa prescelta. Si pensi all’ingegnere Meucci. Magari ad una Ditta di Pisa farebbe pure comodo avere un ingegnere in più part-time, a prezzi contributivi “stracciati”, benchè part-time, e potrebbe pure sfruttarne l’immagine (come accadrà in Francia, dove alle imprese coinvolte potrà essere consentito di sfruttare l’immagine degli atleti a Rio ’16).

Così si legge nell’articolo della Gazzetta, infatti:

Così, sui 250 profili di atleti potenzialmente da podio finora proposti, in 91 hanno trovato un impiego, con la possibilità non solo di garantirsi un introito stabile, ma anche di sfruttare in seguito una riconversione nel mondo professionale. Oltre a garantire un salario minimo (1445,38€), le aziende possono beneficiare di un aiuto statale, e sfruttare magari le qualità di un atleta.

Serve solo la volontà di farlo.

By

andycop

 

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(Grazie a Mirco Martorel!)

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